Quando un colosso di scala globale mette mano alla propria identità visiva, la comunità dei marketer e dei designer trattiene il fiato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza chiara: marchi storici e colossi tech che stravolgono (o semplificano) i propri loghi per adattarsi a schermi sempre più piccoli, app e ambienti digitali. È il fenomeno del “Blanding” — la tendenza a rendere i brand tutti terribilmente simili tra loro: minimalisti, privi di angoli, neutri, rassicuranti, ma spesso privi di carattere. L’operazione condotta da Amazon con l’agenzia Koto ne è un esempio perfetto su cui riflettere: una revisione dell’intera architettura visiva del brand, pensata per armonizzare un ecosistema diventato frammentato (da Prime a AWS, fino ai servizi logistici e di streaming). Il punto di vista dell’Agenzia: Soluzione Operativa o Perdita d’Anima? Dal punto di vista tecnico e di design system, l’operazione è un capolavoro di efficienza:
Coerenza multicanale: il sistema visivo è stato semplificato per garantire massima leggibilità su qualsiasi touchpoint, dalla scatola in cartone all’icona sullo smartwatch.
Architettura flessibile: riordinare la palette e la tipografia permette ai vari sotto-brand di parlare un’unica lingua senza annullarsi.
Tuttavia, dal punto di vista della Brand Personality, il rischio è evidente. Quando l’ossessione per la funzionalità e l’ottimizzazione digitale prende il sopravvento, si rischia di eliminare quelle imperfezioni che rendono un marchio memorabile ed umano.
Per le aziende non basta “pulire” un logo per fare un rebranding efficace. Il restyling visivo deve sempre riflettere un posizionamento di business reale. Se cambi la veste grafica ma non il modo in cui comunichi il valore al cliente, stai solo facendo un esercizio di stile.
Prima di chiedere al tuo designer di “semplificare il logo”, chiediti: questo cambiamento racconta meglio chi sono oggi o mi sta solo rendendo uguale ai miei concorrenti?
